Le interviste LiveCinema&Libri – Massimo Capacciola

Buongiorno Massimo! Grazie di essere qui con noi di LiveCinema&Libri, e congratulazioni per essere arrivato in finale al Premio “Un libro per il cinema 2019”, con il suo libro La sentinella dormiente. Che cosa l’ha spinta a trasformarsi in scrittore?

Le rispondo con tutta franchezza, che ho sempre amato scrivere, ma non mi ritengo uno scrittore: sono un uomo che guarda la vita, e trascrive le sensazioni, i sentimenti, gli aspetti profondi di quello che vede… perciò non si può dire che io sia proprio uno scrittore. Tuttavia, mi picco di scrivere anche delle storie inventate prendendo sempre lo spunto dalla vita. Ho pubblicato quattro libri, finora, e ne ho altri due in pubblicazione, e tutti loro hanno sempre, come punto di partenza, la vita trascorsa, ma anche quella presente. I personaggi sono immaginari, ma i loro problemi sono estremamente reali e soprattutto tentano di rispondere alle domande importanti della vita: da dove veniamo? Cosa ci stiamo a fare qui? Sembrano domande banali, ma sono quelle che contribuiscono a farmi sentire intellettualmente vivo.

 

Quindi, la scrittura, per Lei, è anche un modo per interrogare l’universo interiore, il lato profondo della vita. Nei suoi quattro libri, e in quei due di prossima pubblicazione, e in generale nella sua attività di scrittura, ritiene che la Sua interrogazione sia stata soddisfatta, e in che cosa?

Premetto che di questi quattro libri, due sono romanzi, mentre gli altri due sono brevi riflessioni su aspetti che potrei quasi definire di… filosofia spicciola. Mi picco di essere anche uno studioso di filosofia. Se mi soddisfa la mia attività di scrittore, o meglio, di scrittura? Questa mi dà la possibilità di poter testimoniare il mio profondo sentire rispetto ai problemi della vita, che oggi non è quasi più consentito. È una forma, chiamiamola così, di scrittura privata che poi pubblico, ma non tanto per avere successo… voglio fare esempi illustri, come Nietzsche e Schopenhauer, che pubblicarono a proprie spese i loro capolavori, che poi furono letti da un centinaio di persone, per non parlare di Alessandro Manzoni…! Intendo dire che la mia attività mi soddisfa, in quanto i miei libri sono un diario intimo e con cui io mi confronto. Sa, io ancora scrivo con la penna stilografica poi magari rivedo al computer, ma è una pratica, una ginnastica non solo mentale, ma anche grafica. Mi permette di confrontarmi con la pagina bianca, con il foglio, e tutto questo mi consente quella libertà di espressione che ormai è estremamente difficoltosa da trovare. Il mainstream ufficiale confina i problemi morali, etici e religiosi, perché no, all’ambito privato, per cui oggi si ha anche paura di parlare di religione e di morale in una discussione pubblica. Quindi, per rispondere alla Sua domanda, in sintesi, mi piace molto scrivere pro domo mea, se tutto questo ha un valore, senza nessuna ambizione di pubblicare dei grossi bestseller.

Bellissima questa cifra, che probabilmente è la descrizione più veloce per indicare il Suo atteggiamento molto personale verso la scrittura, intesa come confronto, misurazione e interrogazione, richiesta di sapere, di conoscere la verità, in un certo senso. Stiamo parlando di forme di espressione, tanto per riallacciarmi alla Sua ultima risposta. Con Un libro per il cinema, si incontrano forme di espressione diverse: una che usa carta, penna, inchiostro e PC, e l’altra che si serve di pellicole, attori e copioni. Qual è il suo rapporto con il cinema e soprattutto con il cinema che trasforma i libri in film?

Bella e curiosa domanda! Vado un po’ indietro negli anni, quando ero universitario, per risponderLe. Io sono un romano trapiantato in Umbria, dove esercito la mia professione di medico, ma cresciuto naturalmente nell’ambiente romano studentesco del ’68. Ho frequentato cinema d’essai a volontà, praticamente tutte le sere andavamo nei tre-quattro cinema d’essai che c’erano a Roma. All’inizio è stata una frequentazione molto proficua ed estremamente stimolante: ricordo film di Antonioni, di Buñuel e Woody Allen. Nel corso del tempo è cambiato un pochino il mio atteggiamento nei confronti del cinema, arte sicuramente da me molto amata e apprezzata. Con l’andare del tempo ho notato una certa insoddisfazione, almeno per quello che riguarda le mie intenzioni di godere dei film. Questo perché la mia preferenza per gli aspetti principalmente intellettuali è un po’ cambiata; non mi soddisfa l’immagine di un cinema, come si dice in inglese, di interiors, cioè un cinema fatto dentro una stanza, un cinema chiacchierato e basta. Ho notato che, con l’andare del tempo, la mia propensione è stata per un cinema “affascinante”, pieno di colori, pieno di emozioni e di istanti, e poco per il ragionamento. Non perché i cosiddetti cinema d’autore siano banali o superficiali, ma perché la mia visione di una grande pellicola mi distrae: io guardo molto il particolare, le inquadrature, il taglio che vuole dare il regista, le interpretazioni degli attori. In questo contesto, io mi perdo se devo seguire discorsi eccessivamente intimisti. Questo però non vuol dire che vado solo a vedere Guerre Stellari, perché non è questo il senso della mia risposta. Dico la verità e so di attirarmi una certa salva di fischi: mi piace molto il film d’autore, ma con grande dispendio di mezzi, un film spettacolare, che non solo mi faccia passare del tempo, ma soprattutto mi faccia godere come quando guardo un quadro di Kandinsky, gli affreschi di Michelangelo, o La disputa del Santo Sacramento di Raffaello, tanto per fare degli esempi. È un altro tipo di accesso all’opera d’arte. Questo non vuol dire che il mio piccolo romanzo, arrivato in finale, sia un libro spettacolare: parla di verità profonde, di contraddizioni stridenti, e anche di un’epoca sfavillante come il Rinascimento. Io vivo a Gubbio, dove si vive quotidianamente di riflessi storici di cui siamo poco consapevoli oggi. È stato scritto a Gubbio e non avrebbe potuto essere stato scritto da nessun’altra parte.

Perfetto, spostiamoci a parlare del Suo romanzo, ma sempre nell’ambito del rapporto con il cinema: quali sono le caratteristiche de La sentinella dormiente che, secondo Lei, lo ritengono adatto ad una trasposizione cinematografica?

Mi mette un po’ in imbarazzo questa domanda, perché dovrei decantare le lodi del mio romanzo, mentre io non sono la persona più adatta a farlo… 😀 Diciamo che le caratteristiche fondamentali sono, intanto, la curiosità di una storia a più livelli, avanti e indietro nel tempo. Un vecchio broglio di carta trovato 50-60 anni prima dell’effettivo sviluppo della storia, quindi una specie di flashback dall’indietro a molto più indietro. Poi, vorrei dire del colore che ho inteso dare ad ogni pagina del mio libro: si parla di cose molto quotidiane in bocca a certi personaggi storici realmente vissuti, nei quali io, con le mie visite quotidiane nei territori in cui si svolge la vicenda, ho cercato di immedesimarmi un po’. Non mi riferisco tanto agli eventi storici che nomino, come la Congiura de’ Pazzi, i vari concilii, le lotte luterane. Ho cercato di introdurre, in bocca a personaggi storici rilevanti, problemi di una quotidianità molto interessante. Per esempio, il rapporto tra padre e figlia: Federico da Montefeltro e la sua figlia amatissima, di cui poi perderà le tracce.  Ho voluto trasporre, direi zeffirellianamente, (sempre che non sia fraintesa, questa espressione :-D) una sorta di canovaccio quotidiano. Questo si concretizza nel sentir parlare un grande capitano di ventura con la propria governante di aspetti riguardanti l’educazione dei figli, o nell’assistere alla discussione di un papa dei problemi derivanti dalle proprie piccole malattie… ho cercato di rendere interessante la storia, quella vera e ufficiale, riguardando le piccole storie. A me piace la storia totale: non solo quella degli eventi, ma anche quella delle cose. Ho inteso trasporre tutto questo in questo romanzo, che è pubblicato per secondo, ma che era in realtà è la mia opera prima; l’ho sospesa più volte, poi ho scritto un altro libro, e poi infine, l’ho ripreso e terminato. Le cose essenziali che potrebbero suggerire una trasposizione cinematografica riguardano questa quotidianità ripresa dalla storia ufficiale e resa abbordabile. Oggi non si studia più la storia, si preferisce rivolgere la propria attenzione ad altre materie. Posso dire, quindi, di aver voluto fare in parte un’opera di educazione, anche se forse è una parola un po’ troppo ambiziosa.

Grazie davvero di questa risposta molto esauriente, e della sua disponibilità, che conclude una bella intervista che ci ha permesso di conoscerLa un po’ di più. In bocca al lupo per la finale, e arrivederci a presto!

Grazie mille a voi, buon lavoro e a presto!

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