Le interviste LiveCinema&Libri – Roger Annen

Ciao Roger, grazie di essere qui con noi di Live Cinema&Libri. Vorremmo congratularci per il bel risultato di essere arrivato in finale al Premio “Un Libro per il Cinema 2019”, e per questo vorremmo conoscerti un po’ di più. Ci racconti di te, di come sei nato scrittore?

Ciao Loredana, è un vero piacere trovarmi qui a parlare di me e di quello che scrivo. Ho sempre amato i libri per quello che sanno raccontare, lasciando spazio al lettore di immaginare e vivere nella mente le varie situazioni descritte. Mi è sempre piaciuto inventare storie e per quanto ricordo la prima volta che mi sono messo a scriverne una, avevo circa 15 anni. Si trattava di un progetto ambizioso, nato dall’amore per i libri di Zanè Gray.  Ricordo che ho scritto parecchie pagine su una vecchia macchina da scrivere. Pagine che in seguito ho buttato perché mi vergognavo troppo a farle leggere a qualcuno.

Di professione sono un musicista di tipo creativo: preferisco suonare generi musicali che mi permettano di esprimere un brano ogni volta in modo diverso. Per intenderci, jazz e pop. Nel corso degli anni, ho iniziato la stesura di alcuni romanzi che però non ho portato a termine per mancanza di tempo. Ho scritto racconti per bambini che sono stati pubblicati su un giornale locale. Soltanto nel 2013 mi sono trovato con abbastanza tempo libero per realizzare uno dei tanti sogni della mia vita: scrivere un romanzo.

Ricordo che il 7 luglio di quell’anno mi sono seduto davanti al computer senza sapere cosa avrei buttato giù.  Il 15 settembre dello stesso anno ho messo la parola fine al mio primo libro che si intitola Il Nido, di 580 pagine. Si è trattato di una full immersion in una storia che si creava da sé giorno per giorno.  Ho voluto subito avere in mano il mio libro, quindi ho optato per un’autopubblicazione, un po’ anche per testare l’impatto che questo avrebbe avuto su eventuali lettori. Nel giro di un anno, ho venduto circa 500 copie nella regione in cui vivo, la Svizzera Italiana. Ho partecipato a concorsi locali con alcuni racconti, vincendone uno e ottenendo buone posizioni in classifica in altri. Questo mi ha invogliato a continuare a scrivere. Ho realizzato il secondo romanzo (Le Streghe di Serravalle) che è il seguito del primo, e al momento sto scrivendo il terzo della serie. Nel frattempo, ho scritto un romanzo breve dal titolo Lago Blu (scaricabile in ebook da Streetlib e Amazon) e una breve raccolta di tre racconti (Notti Senza Luna).

Lago blu si discosta un po’ dal genere che prediligo, il thriller. Si tratta di una storia d’amore un po’ particolare, non priva però, di elementi di tensione e di aspetti introspettivi.

Quando scrivo, mi immergo in mondi paralleli, come mi capita a volte quando suono o compongo musica. Vivo in prima persona le storie che narro e spesso vedo le scene che descrivo come se vedessi un film. Nei miei libri si trovano spesso giochi di luce e ombra che si inseguono come il giorno e la notte, a volte descritti nei loro aspetti estremi. Credo di appartenere a quella categoria di persone che usa l’arte in genere per tirar fuori tutto quello che ha dentro. Per me non si tratta di prevedere a tavolino di cosa parlerà la storia e dove andrà a finire, ma di usare la creatività coi mezzi di cui si dispone per esprimere una parte di me stesso, a volte effettuando una vera e propria catarsi. Per questo, Il nido è un romanzo dalle tinte forti non adatto a tutti.

Mi incuriosisce il tuo rapporto con l’arte: puoi dirci qual è il tuo rapporto tra scrivere libri ed essere musicista? Come si concretizza?

Cedo che l’arte sia, per tutte le persone che la praticano, qualcosa di diverso. Per alcuni si tratta di imparare delle tecniche, di imparare al meglio, di lavorare sulla precisione eccetera, e il rapporto personale, quello creativo, passa in secondo piano. Ed è una cosa che va benissimo, perché ho visto persone estraniarsi davvero dal mondo dipingendo dettagli nei quadri, o eseguendo dei brani difficilissimi al pianoforte. Per altre persone, invece, l’aspetto creativo è più determinante; questo non vuol dire che la tecnica non venga considerata, ma si tratta non di descrivere un paesaggio, supponiamo, non devi descrivere quello che c’è, ma quello che non c’è. Devi immaginare quello che potrebbe esserci, a costo di far uscire un quadro astratto.

Per trasferire dalle arti grafiche e visive, a quello che è musica e scrittura, la creatività sta proprio nell’immaginare e visualizzare qualcosa che non c’è, e lasciarlo sviluppare. Almeno, per quanto mi riguarda è così… lasciarla sviluppare e farsi trasportare da quest’onda che si svolge da sola. Non c’è bisogno di apporti in particolare. È quello che succede quando si improvvisa al pianoforte: le dita partono e non si sa che cosa faranno. L’apporto dell’artista, musicista o scrittore, c’è sempre ed è spesso inconscio. Talvolta viene fuori qualcosa che a stupisce anche l’artista, chi suona, chi scrive.

Il parallelismo fra la scrittura e la musica lo trovo anche nel modo in cui viene fatta. Quando suono, è importante che ci siano le note, l’intonazione, l’espressione e soprattutto che ci sia il ritmo. È una parte che si dà per scontata, ma non è così ovvio. Se si scrive, a parte la correttezza dei termini, e della grammatica, c’è il lato veramente comunicativo, ed è quello che non viene spesso considerato. E qui il ritmo gioca un ruolo determinante: se sto raccontando una storia, e mi trovo in un momento di azione, anche frenetica, è inutile che io mi perda a descrivere i dettagli del paesaggio, il colore delle tende della cucina. Se c’è un inseguimento, o una sparatoria è una cosa che non posso fare! Questo sembra ovvio, ma qualcuno può cadere nel tranello di descrivere una scena che immagina nei dettagli, e questo si rivela inutile perché rallenta tutto il ritmo.

Esiste una serie di condizioni che rende la lettura scorrevole, piacevole e chi legge possa ricrearsi la scena nella mente, come proiettandola sullo schermo delle palpebre chiuse. Credo che ogni artista debba avere il proprio carattere e il dovere di mantenerlo, in modo da poter proporre qualcosa di personale e unico. Purtroppo, si assiste spesso all’unificazione dei caratteri, limando testi, parole e musiche. Un testo scritto deve avere almeno una perfezione che sia avvincente perché altrimenti nessuno comprerà il libro. Ci sono tante condizioni richieste per questioni di carattere economico; tuttavia, io credo che, se è vero che si deve mangiare, è anche vero che si debba poter esprimere quello che si ha dentro liberamente. Forse, un equilibrio dei due aspetti è la cosa migliore, soprattutto all’inizio della carriera. Io ho già una carriera come musicista, e mi sono permesso, per quanto riguarda gli aspetti economici, di non seguire nessun dettame economico. Tutto quello che ho scritto, l’ho fatto di getto, senza nessuna considerazione per chi leggeva. 

Per quanto riguarda la creatività di ognuno, di un artista, io credo che disporre di una qualità del genere sia un grosso tesoro per la persona. Un artista ha il dovere di manifestare quello che sente e che prova. Ovviamente ci sono dei limiti, ma se si può, e si riesce, la cosa migliore è esprimere se stessi, anche andando contro quello che gli altri si aspettano. Se così non fosse, non potremmo godere oggi di opere d’arte dei grandi maestri del passato, che hanno abbattuto le barriere.

È molto interessante ed è anche affascinante questo rapporto tra arte e libri: adesso vorrei spostarmi sul rapporto vero e proprio tra cinema e libri. Qual è il tuo punto di vista in proposito?

Capita spesso di sentire persone che hanno visto un film, tratto da un libro che hanno letto, e manifestare la propria delusione dicendo che non venivano rispettate certe cose, e che gli attori non assomigliavano alle loro proiezioni basate sul libro, ecc. Anch’io, a volte, ho avuto questa sensazione, però bisogna ricordare e riconoscere che si tratta di due arti e due linguaggi diversi. È come paragonare un libro ad una musica, oppure una musica ad un quadro: sono due cose completamente diverse. Il libro ti porta a spasso, come fa il cinema; ti racconta una storia e lo fa tramite quelle cose che non dice. Mi spiego meglio: se descrivo un paesaggio, non posso farlo nei minimi dettagli, perché rimarrà sempre qualcosa di non detto. Sarà proprio quella parte che permetterà al lettore di usare la propria creatività per riempire gli spazi.

In un film, si verifica il contrario: uno riempie tutti gli spazi e ti viene fornita la storia esattamente com’è, nei dettagli. Per questo, in un film, le espressioni degli attori e la loro recitazione sono fondamentali per la buona riuscita perché dicono quello che non si può descrivere in un film, ovvero le emozioni, i pensieri. Il viso, il modo di parlare, le espressioni, il tono degli attori sono tutte condizioni che permettono di intravedere lo spazio interiore dei personaggi e di chi si muove in scena. In un libro, invece, queste cose vengono descritte: quindi, stiamo parlando di due arti completamente diverse, e due linguaggi diversi.

In un film, un aspetto molto importante secondo me, che non è sempre considerato dallo spettatore, è il suono, la musica. Questa è una sottolineatura delle emozioni che colpisce nel segno senza che uno se ne accorga; quante volte la musica sottolinea certe situazioni, e lo spettatore subisce un impatto più forte dalla musica che dalla scena cui assiste. Un esempio tipico del potere della musica è quello di guardare un film dell’orrore spegnendo l’audio, e poi di fare la stessa cosa spegnendo il video, mantenendo l’audio. Ci si rende conto, così, dell’impatto delle due arti in modo diverso.

La scrittura viaggia su altri binari, di cui, mi ripeto, il ritmo secondo me è una componente fondamentale, perché non è costante come si può avere in un brano musicale, ma deve avere accelerazioni, rallentamenti nei punti salienti. In questo risiede l’abilità di chi scrive: di pilotare le emozioni del lettore. Esistono persino libri che sono già scritti in forma cinematografica cioè per spingere il lettore a visualizzare la scena. Credo che anche Il nido abbia questa caratteristica… qualcuno dei miei lettori l’ha persino definito simile ad una sceneggiatura.

A questo proposito, mi aggancio con un’altra domanda: perché ritieni che il tuo libro sia idoneo a diventare un film?

Quando ho scritto Il nido l’ho fatto praticamente di getto, descrivendo le immagini che mi scorrevano nella mente, quindi per me è già un film che mi sono proiettato in testa. Credo di avere descritto le cose in modo da produrre lo stesso effetto in chi legge. È un libro denso di azione e di aspetti misteriosi, e anche dal punto di vista scenografico presenta molte possibilità: parlo del tunnel nel quale si svolge una parte della storia, delle montagne e delle valli del Ticino in cui praticamente si muovono alcuni personaggi. Questo crea anche un determinato contrasto fa quello che già avevo anticipato di luce e ombra; ci sono dei momenti molto luminosi, specialmente per quanto riguarda il protagonista e il suo rapporto con la figlia, e altri molto scuri che qui non descrivo, per non rovinare la sorpresa. Quindi, come ogni linguaggio artistico che si rispetti, viaggia sui binari del contrasto.

È qui che Il nido, secondo me, gioca le sue carte migliori; alla fine, con questo testo che sto scrivendo ora, il terzo della saga, dovrebbe uscire una trilogia. Per questo motivo, io vedrei benissimo una serie dedicata a Il nido! 😀 Naturalmente non so quali siano gli aspetti tecnici di una trasposizione cinematografica…

E parlando di trasposizioni cinematografiche, vorrei chiederti se c’è un libro che è stato trasformato in film che hai apprezzato in modo particolare, o anche più di uno.

Generalmente, se leggo un libro, non guardo il film e viceversa, a meno che il libro non mi sia piaciuto molto. In questo caso mi ricordo che mi erano piaciuti molto sia il libro che il film Il miglio verde, quest’ultimo tratto dall’omonimo libro di Stephen King. L’ho trovato fatto veramente bene.

Un’altra storia, che mi era piaciuta anche tanto era Le ali della libertà, da un racconto lungo di Stephen King. In questo caso sia il libro che il film sono stupendi.

Approfitto anche per fare degli esempi negativi, e qui parlo di It, di Stephen King. Quando lessi il libro mi era piaciuto molto, anche se è stato scritto tanti anni fa e quindi forse oggi mi piacerebbe meno, per via dello stile. Il film, invece, mi è sembrato uno dei più brutti che abbia mai visto, e mi riferisco alla prima parte di It.

Credo che un aspetto fondamentale, quando si realizza un film tratto da un libro, sia quello di ricordarsi che si tratta di due linguaggi diversi. Si rischia di rimanere fedeli alla storia nel libro e magari di trascurare altri aspetti, soprattutto per quanto riguarda la recitazione, e di far sì che i personaggi risultino alla fine trasparenti, quasi uniformi.

Quali sono i libri che non sono diventati film e che avresti voluto vedere sullo schermo, se ce ne sono?

…qui mi permetto una battuta: mi dispiace tantissimo che Il nido non sia ancora diventato un film! 😀 A parte gli scherzi, ho letto qualche tempo fa Discesa all’inferno, di Jeff Long: ecco, credo che questo sarebbe un gran bel film, sempre naturalmente di genere thriller-horror. Sono anche un grande appassionato di Lee Child, con le avventure di Jack Reacher; finora è stato fatto solo un film, con Tom Cruise. Ritengo che tutti i suoi libri meriterebbero di essere trasformati in film, perché sono avvincenti, così come il suo protagonista…

Molto bene: Roger, grazie di averci dedicato il tuo tempo e la tua disponibilità, e di averci permesso di conoscerti un po’ di più. In bocca al lupo per la finale e arrivederci a presto!

Grazie a voi, e arrivederci!

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